Nihon Ryokou

sabato, dicembre 03, 2005

Kyoto


La vita è breve, l'arte vasta, l'occasione istantanea, l'esperienza ingannevole, il giudizio difficile.
-Ippocrate

Se volete avere un’idea di come è Kyoto prendete Roma: ripulitela da cima a fondo, eliminatene ogni traccia di immigrati/brutte facce/marmaglia in generale, aggiungete un po’ di natura e cambiate le chiese cristiane con templi indu/buddisti.
I fasti del vecchio shogunato possono essere visti qui come le decadenti strutture dell’impero romano a Roma: ovunque si vedono templi, giardini zen e statue di qualche strana divinità.
Non ricordo il nome di tutti i templi che ho visitato perché si assomigliano tutti: un bel giardino curatissimo in ogni dettaglio, laghetti d’acqua e di ghiaia ed infine il tempio (la pagoda) di legno al cui interno risiede un budda o un dipinto di qualche Dio; ogni cosa condita con metafore sulla vita e simbolismi vari.
Partiamo!
Alle 9:00 prendiamo il bus da Tokyo (è una gita organizzata) e dopo un’oretta alla nostra destra spunta tra basse nuvole l’imponente vulcano Fujihama: è affascinante soprattutto perché non ha colline o montagne nelle sue vicinanze quindi sembra ancora più grande. La sua cima innevata è a forma di cono e pare che debba eruttare lava da un momento all’altro. Per i giapponesi è ancora più impressionante considerando che in Giappone non esiste una montagna più alta, ma per chi ha visto le Alpi non è poi così eccezionale: andante a Saint Moritz e salite lungo la funivia per raggiungere la vetta di una delle tante montagne. Una volta in cima ammirate il paesaggio che vi si presenta a 360° gradi. Varrà ben più di cento Fuji. La bellezza del Fuji non sta tanto nella montagna in se quanto ai suoi caratteri che ricordano molto la cultura giapponese che per un europeo è difficile da carpire: è una montagna solitaria la cui figura imponente si può ammirare da molti luoghi distanti decine di chilometri; è una montagna al cui interno risiede un fuoco potente capace di distruggere ogni cosa con una forza spaventosa nel caso decida di eruttare; è una montagna senza alberi ne vegetazione. I giapponesi amano questi caratteri: la meditazione solitaria, una forza interiore notevole, un lusso fatto di uno spazio spartano (i ristoranti giapponesi più costosi non hanno ornamenti al loro interno e tutto è ridotto all’essenziale come le case giapponesi vecchio stile o i templi). Si può capire quindi perché il monte Fuji sia così onorato in Giappone.
Passate altre due ore arriviamo in un paesino immerso nella natura: ci incamminiamo verso la cima di una collina coperta di alberi. La natura è molto bella in questa stagione soprattutto gli alberi hanno dei colori particolarmente accesi: rossi come il fuoco o gialli come il sole. Il contrasto di questi colori con l’azzurro del cielo rendono l’ambiente ancora più suggestivo.
In cima alla collina c’è il tempio, curatissimo in ogni dettaglio, e molto simile a tutti gli altri templi che vedrò in seguito.
Verso sera a causa di una coda sull’autostrada passiamo quattro ore sul bus tra le stradine provinciali e verso le 23:00 arriviamo finalmente all’hotel di Osaka: una città industriale abbastanza brutta in quanto è più povera di Tokyo (niente macchinoni o grattacieli ultratech) ma è ancora più fitta di palazzi e enormi costruzioni che sembrano spuntare dalla terra senza un ordine apparente. Consideriamo che l’ho solo vista dalla strada e il mio giudizio può essere influenzato dal fatto che avevo passato 15 ore sul bus.
L’albergo è in stile occidentale, niente di particolare. Cerchiamo un ristorante nei paraggi e ne troviamo uno che offre cucina coreana: niente male.
La mattina dopo andiamo in un altro paese nei dintorni di Kyoto: ricorda quei paesini rurali che si vedono in Sampei, con il fiume che gli passa in mezzo e gli alberi che sovrastano le case.
Abbiamo quattro ore da passare qui e visitiamo una casa molto bella costruita sul fianco di una collina che domina la valle di Kyoto. Una specie di fiesole giapponese. Questa casa, appartenuta a un attore morto tempo fa, è ovviamente molto affascinante, ma lo è ancora di più il parco attorno. Bello da vedere ma non da viverci perché io non riuscirei a stare in un posto dove tutto è preciso, curatissimo, perfino i sassi hanno una loro logica a stare dove stanno.
Pranziamo in un ristorante di cucina giapponese e io mangio tempura, cioè due ebi (gamberi) e altre verdure fritte.
Finalmente nel pomeriggio andiamo a Kyoto, l’antica capitale del Giappone. Qui per fortuna è vietato costruire palazzoni quindi le case sono rimaste nel loro vecchio stile: ogni casa dal tetto scuro ed arcuato è una piccola villetta circondata da un piccolo giardino.
Abbandoniamo la visita guidata e proseguiamo da soli. Peniamo un po’ nella ricerca dell’albergo e lo troviamo solo con l’aiuto del taxi. L’albergo è totalmente in vecchio stile giapponese, ha persino il giardino curatissimo tutto intorno e un piacevole fiume che scorre li vicino, pieno di aironi e altri uccelli simili dal becco e le gambe lunghe.
Una volta entrati ci togliamo le scarpe all’ingresso e le cambiamo con un paio di ciabatte che ci forniscono le cameriere. La camera è un’enorme stanza con un piccolo tavolo (molto basso) al centro (per sedere bisogna stare a gambe incrociate, non ci sono sedie) e un piccolo davanzale dal quale si gode la vista del fiume e del giardino. Non ci sono letti, questi sono nell’armadio: dei “materassi” (futon) che andranno posizionati per terra (sul tatami,cioè il pavimento, che non è duro ma leggermente morbido) nell’ora in cui si vuole dormire. Prima di ciò vado nelle Onsen (terme) dell’albergo e mi rilasso un po. Queste terme, divise per sesso, sono delle vasche pubbliche in cui la gente si immerge nell’acqua a più di quaranta gradi. Prima di entrare in queste vasche ci sono delle docce dove ci si può lavare con sapone, shampoo ecc, ma non si sta in piedi in quanto non sono divise e/o lontano dalle vasche quindi bisogna stare seduti per non schizzare la gente: è volutamente fatto apposta perché anche qui è rimasto come nell’antichità: quando non esistevano le docce ci si versava dell’acqua calda presa dalla vasca con un mestolo di legno. Tutto si fa seguendo un particolare rituale, persino per fare il bagno.
In seguito andiamo a cena; pesce crudo, cotto, fritto di gamberi e altre verdure. Normale amministrazione.
Il pigiama è un kimono che ci fornisce l’albergo: mi sembra di avere la gonna e per sedere bisogna stare in una posizione scomodissima. Ma si sa, bisogna adattarsi per godere appieno di queste culture cosi aliene.
Il giorno dopo visitiamo diversi templi: uno, tesoro nazionale, è il più alto edificio in legno al mondo. Anche nell’antichità ai giapponesi piaceva costruire palazzi.
Un altro al suo interno si trovano 1033 statue grandi quanto un uomo della Dea indù Visnu (o Kali boh) quella con tante mani. Ogni statua ha una faccia diversa e c’e’ una credenza che dice che almeno una delle statue ha la tua faccia. I bambini stanno ore a guardare le statue nella speranza di trovare quella che assomiglia a loro. Un anziano giapponese che se ne stava assorto nella contemplazione dei sacri budda (li chiamano budda, anche se rappresentano divinità induiste), mi nota e mi dice tutto meravigliato che queste statue sono li fin dalla fondazione del tempio, cioè ottocento anni prima. Gli rispondo che devono essere davvero stanche se sono in piedi da così tanto tempo. Forse non capisce la battuta che nasconde un significato Zen, ma mi chiede da dove vengo e saputa la risposta mi dice che vorrebbe tanto venire in Italia, ma ormai è troppo vecchio. Gli rispondo che non si è mai troppo vecchi per nulla e che purtroppo devo andare. Pare che volesse dirmi altro, ma ci ripensa e lo saluto e ringrazio.
In un'altra zona, anticamente fu costruito un ponte in legno che collega due templi, ma il bello di questo ponte è che si trova sospeso sopra una moltitudine di alberi rossi, arancioni e gialli e si crea un effetto molto suggestivo.
La mattina del quarto giorno visitiamo altri due templi, uno chiamato d’argento (ma non ne ha traccia) e un altro d’oro (in effetti è completamente rivestito con lamine d’oro e sotto il sole, abbaglia). I templi in se non hanno niente di speciale: sono delle piccole costruzioni speculari di tre piani con altrettanti tetti arcuati, ma i giardini sono come al solito curatissimi e meritano la visita.
Nel primo pomeriggio prenotiamo i biglietti del treno (il famoso Shinkansen) e andiamo alla stazione: un edificio ultra moderno ed enorme: lungo 430 metri e alto un centinaio il suo interno è quanto di più imponente abbia visto, non tanto per l’altezza o la lunghezza, quanto per la forma in generale che lo fa sembrare ancora più grande; è infatti sprovvisto di tetto (ha solo delle vetrate ondulate simili all’arcobaleno) quindi sembra infinitamente più spazioso. Salendo per delle interminabili scale mobili si raggiunge la cima da cui si gode la vista di Kyoto e c’e’ perfino un giardino con gli alberi e un Helypad. Ovviamente ci sono altrettanti piani sotterranei zeppi di negozi e ristoranti. Il biglietto funziona come per la metropolitana (e aeroporto): per accedere alla zona in cui partono i treni si deve inserire in delle speciali macchine che te lo timbrano e ti aprono i cancelli.
Lo Shinkansen, ovviamente in orario, ha una forma ondulata che ricorda un sottomarino, ma molto più lungo. E’ completamente bianco sia l’esterno che l’interno ed è provvisto di schermi LCD che indicano le fermate, le stazioni, i chilometri che mancano e in generale tutte le indicazioni che possono servire. E’ un treno superveloce che per curvare si piega come le moto; impieghiamo due ore per tornare a Tokyo.
Visitare Kyoto è obbligatorio per chi viene in Giappone ed è un viaggio e un’esperienza unica che consiglio a tutti.


PS: Un ringraziamento ai genitori di Kanako che oltre ad accompagnarci in questa avventura, hanno pagato di tasca loro l’albergo giapponese, i ristoranti e gli spostamenti. Io mi sono pagato solo il viaggio organizzato dei primi due giorni per un valore di circa 250€.