
A volte la sapienza più grande consiste nel non sapere o nel fingere di non sapere.
-Baltasar Gracián y Morales
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Domenica 09/10/2005
Il volo da Firenze e’ partito con qualche minuto di ritardo arrivando in poco più di un’ora a Monaco: abbiamo dovuto correre per non perdere la coincidenza col Boeing diretto a Tokyo Narita lasciandoci nello stomaco l’insipido sandwich al formaggio che le austere hostess ariane ci hanno, con quel senso di superiorità di cui solo i tedeschi sono capaci, ceduto.
Nonostante la fretta si notava il fatto di non essere in Italia perché lo strano silenzio delle folle misto a una pulizia certosina ci faceva inequivocabilmente capire che eravamo approdati in un altro Stato. Tuttavia non e’ sia mai detto che l’Italia e’ peggio in tutto: salito a bordo dell’aeroplano tedesco con rammarico mi sono accorto della mancanza della mini TV innestata nello schienale di ogni passeggero come di norma accade in ogni volo internazionale che si rispetti. Questo comporta che per dieci ore non avrei potuto far altro che ascoltare i discorsi di un vicino gruppo di skinhead tedeschi più che trentenni che gia pochi istanti dopo essersi seduti ai loro posti bevevano, nell’allegria del rutto, lattine di birra. Questi individui che sembravano interessati solo a riviste di moto stile Harley pulite rigorosamente da donnone svestite non hanno fatto altro che latrare tutto il tempo suoni molto simili a quelli che sentiamo abbaiare nei famosi film sul Terzo Reich o riecheggiare in un’altra lingua soprattutto al Sud della penisola Italica. Unica soddisfazione il vederli tutti sfilare davanti alla polizia giapponese intenta a perlustrare ogni angolo delle loro valige facendogli perdere tutto il tempo che a me povero italiano inferiore è stato rubato al sonno.
Passati i controlli eccoci al familiare aeroporto di Narita. Ci dirigiamo rapidi al tipo addetto alla spedizione bagagli e gli consegnamo i pesanti fardelli che ci accompagnano dall’Italia.
Prendiamo il treno ovviamente in orario e con qualche scalo raggiungiamo Shibuya, il quartiere giovanile di Tokyo dove il marciapiede non è visibile a causa della quantità di folla che lo calpesta.
Entriamo a caso in uno degli enormi palazzi e grattacieli ricoperti di TV e luci sfavillanti che fungono da enormi centri commerciali e raggiunto il nono piano, quello dei ristoranti, non c’e’ che l’imbarazzo della scelta: italiano, giapponese, specializzato sul fritto (tempura), sul ramen, ecc.. Scegliamo quello che sforna solo piatti a base di soba: una specie di spaghetti passati sotto l’acqua fredda e imbevuti, ma questo e’ compito nostro, in una sostanza acquosa a base di soia al gusto leggermente salata.
Mangiamo avidi con le nostre bacchette e andiamo a casa facendo scalo in due o tre stazioni metropolitane.
La cittadina in cui siamo diretti è nella prefettura di Kanagawa situata più a Yokohama che ha Tokyo ed è come la ricordavo: tranquilla, piena di negozi e di macchinone d’ogni tipo.
A proposito della macchine: in questa parte del Giappone se ne trovano di tutte le marche, perfino quelle italiane, addirittura delle FIAT ma, rigorosamente, sopra i 50.000 euro. Persino i ragazzi li vedi girare in Porche e comunque tutti i giapponesi pare preferiscano i Jeeponi stile Cayenne o le loro controparti asiatiche sempre e comunque muniti di navigatore satellitare. Il perché di questo mi e’ ignoto ma forse e’ da riportare all’amore dei giapponesi nelle cose meccaniche e tecnologiche vedi i robottoni dei cartoni, Mazinga in primis.
In tutto questo intreccio di strade e di persone non si sente nessuno urlare, suonare il clacson o qualsiasi altra cosa che in qualunque città italiana non e’ che la norma.
Già mi viene in mente quando ero a Roma e mi sono ritrovato con la mamma di Kanako nello stesso taxi in cui il guidatore, assolutamente incapace di parlare senza urlare, si affiancava a gente che neanche conosceva urlandogli frasi in stretto romano su come era bella la tal tizia o sulla macchina che guidava o su qualsiasi altra cosa avesse il pretesto di ululare qualche dialetto alla Meo Pattaca “on the Road”. “Aciiiiiiiiiii” gridava lo screanzato, che poi ho scoperto essere una variante dialettale stile “ah ciccio” o “abbello” e si bullava di essere un vero romano da svariate generazioni.
Ho spiegato alla Sig.ra Fujimoto che questi sono casi rari e sebbene ci credessi veramente sono stato nuovamente smentito dopo il terzo o quarti taxista (uno anche di Firenze) col quale mi sono trovato a che fare. Roma mi ha fatto sentire in un paese del terzo mondo ma non per il modo di fare che può essere, se vogliamo proprio trovare una scusa, anche caratteristico della zona, ma per le condizioni di estremo disagio locate soprattutto nei pressi della stazione (ma ogni stazione italiana non è che un ricettacolo di ladri e zingari) ma anche in qualsiasi altra strada: magrebini, rumeni, albanesi, drogati e di tutto quello che c’e’ di più schifoso si possa trovare nei bassifondi di una “metropoli” decadente e putrefatta come Roma. Non dico di sbattere questa gente in un bel traghetto diretto in qualche carcere subtropicale recintato da coccodrilli e orche assassine, ma certo c’e’ qualcosa che non va quando uno deve viaggiare con una mano sul portafoglio e l’altra pure e non basta a proteggersi da questa feccia.
E’ possibile che se vai in qualche altro Paese civile, non trovi questa marmaglia? E’ possibile che in in questi Paesi le stazioni, gli aeroporti, qualsiasi luogo pubblico affollato, non sia in mano a questa gente? E’ possibile che le strade siano pulite, non perché ci sono chi le pulisce, ma perché la gente non sporca? E’ possibile che non ci siano i soliti furbi che ti passano da destra, che ti si mettono davanti quando sei in coda (di macchine o di persone)?
Si e’ possibile e noi italiani siamo in questa situazione per colpa esclusivamente nostra, del nostro modo di essere: vai a Napoli e vedi la gente che getta il sudicio dalla finestra perché a Napoli l’interno della propria abitazione e’ un luogo coperto di santo (ricoperto di santini di san gennaro & C), lindo e pulito, ma fuori, chi se ne frega, non e’ roba loro, ma dello Stato che deve pulire.
A Napoli i giapponesi non li fanno scendere dagli Autobus ma la visitano come un safari a finestrini ben chiusi. E mi immagino come per i napoletani deve suscitare riso il vedere queste comitive di giapponesi chiusi nei loro bunker, mentre non si rendono conto, i napoletani, di essere zebre, gazelle e antilopi.
La colpa di questa tragica situazione italiana si può ritrovare nella storia, leggendo in che modo disastrato si e’ tirato avanti nel corso degli ultimi mille anni ad oggi. Certo la colpa e’ anche dei politici, banda di mafiosi, che tra tutti non ce ne’ uno, neanche all’orizzonte, capace d’essere uno Zapatero, cioe’ non un Santo, ma uno che fa quel che dice prima d’esser eletto e lo fa e lo persegue come un dovere, non come un piacere da farci tra una mangiata e l’altra
Comunque sia ho divagato e vi chiedo scusa, ma dopotutto questo e’ un diario e io scrivo quel che mi viene in mente.
Tornando al filo principale, raggiungiamo finalmente l’abitazione e tra saluti, inchini e scambi di regali io e Kanako usciamo per andarci a comprare un cellulare.
Muoio dal sonno, mentre l’addetta gentilmente ci spiega l’interminabile gamma di telefonini e rischio piu volte di addormentarmi li davanti a lei, comunque tra un mattone “I MODE” ultra accessoriato e un discreto radiotelefono a conchiglia con fotocamera al prezzo di 3150 yen (24 euro, in italia manco lo annusi a questa cifra) scelgo quest’ultimo. Noto con ironia che, pare, non sia arrivato ancora il Bluetooth qua in Giappone ma per scambiarsi i dati debbano ancora ricorrere all’arcaico infrarosso. Forse non arriva perché ci sarebbe un tal casino di collegamenti da risultare impossibile mandarsi una foto in mezzo alla giungla di segnali che gia ci sono e che ci sarebbero.
Qualunque sia la verità posso bullarmi mentre vedo la sorella di Kanako imprecare perché i due telefonini non sono ben allineati e quindi non passa il segnale, che in Italia siamo molto piu avanzati.
Questo mi fa tornare alla mente quando anni fa in Tunisia la guida ci diceva, fiera, che il suo Paese era all’avanguardia nel campo della medicina mentre con l’autobus passavamo, a finestrini rigorosamente chiusi, zone non troppo sicure.
Terminiamo la giornata con una bella cena giapponese attorno al tavolo a base di squisito sashimi (pesce crudo) e altre prelibatezze che non saprei al momento descrivervi.
Buonanotte a tutti.
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Lunedì 10/10/2005
Il quarto piano del palazzetto
I pensatori si dividono in due scuole: quelli che sanno e l'altra.
-Gino Zappa
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Mi alzo alle 8 e dopo aver fatto colazione a base di caffe e un frutto che mi ricorda la melapera, ci prepariamo per andare a vedere la sorella di kanako che oggi ha delle gare di ginnastica con la scuola. Ha 15 anni e frequenta una specie di liceo per infermiere del quale non ho ben capito il nome. In Giappone tutte le scuole superiori durano 3 anni e lo sport e’ considerato una materia molto importante.
Mentre guardo le prove dei ragazzi mi metto a pensare, tanto per cambiare, alla situazione italiana della scuola: una tragedia. Ci sarebbero tanti ottimi esempi da prendere ma i governi si ostinano a fare “le riforme” che di diverso hanno solo il nome o slogan tanto accattivanti quanto falsi come la scuola delle tre i. Il liceo di 3 anni lo trovo un’ottima cosa, da noi dura inutilmente due anni in piu: considerando quanto ci vuole a fare l’universita, piu la tesi (non esiste cosa piu inutile) piu i “fantastici” COCOCO, piu gli apprendistati, da noi un laureato può cominciare ad avere un lavoro decente a 30 anni se e’ fortunato. Se ha avuto l’ardire di scegliere medicina allora si parla di 40 anni, ci credo che poi i medici anche se strapagati sono sempre affamati di soldi.
In Giappone le persone si laureano a 21 anni e se si laureano bene trovano lavoro subito anche in posti importanti, stando relativamente tranquilli per tutta la vita.
Tornando al discorso della scuola e dello sport: ad inizio anno ogni ragazzo sceglie il suo sport da praticare nel doposcuola.
Ogni scuola dura dalle 9 alle 15, ha una divisa e c’e’ il divieto di tingersi i capelli o truccarsi: si uccide l’individualita puntando sulla collettivita, la forza del gruppo piu che del singolo, ma finita la scuola e quando non si lavora la gente si veste, si trucca, si dipinge nei peggio modi: alcuni davvero stravaganti, altri eleganti, altri metallari, ma la maggior parte si veste normale come in italia, tranne che per gli stivali che, soprattutto le donne giovani, li mettono sopra ogni cosa.
Ogni studente e’ anche tifoso accanito della propria scuola la quale ha una squadra per ogni sport piu conosciuto (tra cui il judo e il karate) e una bandiera che la rappresenta.
Esiste infatti un torneo regionale e addirittura nazionale tra le scuole e si possono vincere premi considerevoli oltre che a borse di studio per le università piu importanti (con la differenza che in Giappone un atleta deve, a maggior ragione, coltivare anche le sue qualità mentali)
Kanako vinse alcuni tornei di corsa rimanendo per vari anni imbattuta nel tempo minimo raggiunto nei 100 metri; il suo nome e’ ancora inciso in una lastra all’entrata della sua scuola con il relativo tempo. Da noi le due ore settimanali di educazioni fisica sono usate per ripasso o per una partitella a calcetto quando va bene.
Comunque dopo una mezz’ora buona di treni e metropolitane arriviamo al palazzetto dello sport che la scuola annualmente prenota per questo evento: e’ enorme, di ben nove piani gran parte dei quali contengono un grande salone della grandezza di tre campi di basketball.
Al 4° piano tutta la scuola divisa per classe deve fare delle prove di ginnastica che sono piu un divertimento che un esercizio vero e proprio: pista con ostacoli d’ogni genere (roba tipo militare), portare una pallina da ping pong su un cucchiaio senza farla cadere, ecc.
Nao, questo il nome della sorella, nel dopo scuola pratica il calcio quindi e’ una che corre, e corre veloce da quanto ho visto. La sua squadra e’ arrivata prima e non e’ stata una sorpresa in famiglia.
Considerando poi che Nao in quella scuola e’ una matricola, cioe’ al primo anno, per me lo e’ stata.
Dopo un paio d’ore me ne vado con Kanako a fare shopping in un quartiere vicino pieno di centri commerciali (che novita) ma non trovo nulla d’interessante per me tranne un dvd di karate kid che pero non compro: i dvd in giappone costano molto piu che da noi.
Kanako si compra una gonna e ce ne andiamo al ristorante per la cena.
Mi mangio la mia Tempura e anche oggi la giornata e’ finita.
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Martedì 11/10/2005

Nel cuore di Tokyo due foto di questo splendido parco.

Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare.
-Socrate
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Oggi sono stato al ristorante dove lavora il fratello di Kanako, Key. Lavora in un ristorante francese elegante ma non troppo. Il menu e’ composto da pranzo A e pranzo B rispettivamente da 1500 e 2000 yen (10 e 15eu circa). Abbiamo scelto il pranzo A che ti permette la scelta di 1 antipasto 1 piatto “centrale” e il dessert. I piatti sono molto curati ma, come l’infame nouvelle cousine insegna, molto ridotti di quantità; sapore delicato, piacevole, ma poca roba. Dopo tre o quattro panini al burro (l’unica cosa che continuavano a portare una volta finito) mi sento decisamente meglio.
Key ha la mia età e lavora da un paio d’anni in questo ristorante che si trova circa a quaranta minuti di treno/metro da casa. La sua giornata comincia alle sei, fa colazione, si prepara in giacca e cravatta (anche il lavoro piu umile prevede “l’uniforme”) e va al ristorante dove rimarra fino a mezzanotte. A casa rientra verso l’una. Ha perfino un giorno libero, la domenica: si considera fortunato perche di solito la domenica e’ il giorno in cui c’e’ piu lavoro ed invece lui se ne sta a riposo.
Pare che questi ritmi siano normali in Giappone. Non so quanto e’ pagato ma spero tanto.
Dopo pranzo camminiamo un po tra ragnatele di strade e palazzi e svoltando un’angolo ci troviamo come d’incanto in un’altra epoca: un bosco con i suoi templi e i suoi laghi. Camminiamo nella pace del fruscio del vento tra le foglie, ma la città ci ricorda che anche questo posto e’ suo territorio, martellandoci da lontano con i suoi rumori e i suoi palazzi che, sullo sfondo, superano le fronde degli alberi, toccando il cielo con le loro cime di cemento.
Arriviamo nella zona del tempio in cui, pagando 500 yen (circa 3 euro), puoi lasciare un cartellino di legno con scritto il tuo desiderio o comunque qualsiasi cosa tu abbia voglia di scrivere. Tanta gente ha appeso i propri cartelli negli appositi contenitori e scorrendo con lo sguardo le scritte a me comprensibili (per lo piu quelle inglesi ma c’erano anche due o tre in italiano) noto che sono tutti esclusivamente desideri. In ogni religione o in ogni usanza (chi ha detto la fontana o il pozzo) c’e’ sempre il classico desiderio che si avvera con un piccolo sacrificio (spesso monetario e sempre a favore di chi con l’usanza, ci guadagna). Leggendo tutti i desideri delle persone mi accorgo di quanto simile sia la gente anche se distante migliaia di chilometri: salute, denaro, felicità.
Nessuno ha scritto niente di diverso, solo desideri, solo richieste, solo speranze.
Io credo che l’uomo non possa mai realizzare i propri desideri perche i desideri sono come il formaggio per il topo. Il topo coraggioso e fortunato riesce ad arrivare al suo formaggio ma poi? Una volta mangiato non e’ che all’inizio di una nuova ricerca, di un nuovo formaggio da trovare.
E cosi l’uomo. Avra sempre un desiderio da realizzare e non sara mai soddisfatto. Non puo esserlo altrimenti la sua vita non avrebbe senso e finirebbe col suicidarsi. Un uomo senza un desiderio, senza un traguardo non puo essere un uomo felice e quindi e’ una contraddizione. Quale’ il vostro desiderio? Quale’ il vostro traguardo? Seguite solo l’istinto o avete un piano ben preciso per realizzarlo?
Farsi delle domande e’ importante. Fatevele.
Guardando queste insegne quindi mi chiedo, perche non scrivere qualcosa di diverso anziche le solite richiese, le solite speranze inascoltate.
E cosi mi immagino un bel cartello appeso con scritto: NO WISH (nessun desiderio), oppure un bel NO DEITY, NO PRIEST, NO TRASH MONEY (nessuna divinita, nessun prete, nessun soldo buttato) o SONO IO L’ARTEFICE DEI MIEI DESIDERI, frasi così, diverse dal mucchio.
Questi cartellini ogni anno vengono presi e bruciati in modo, da tradizione, che la loro cenere raggiunga le divinita per poter cosi realizzare i desideri di noi umili mortali (insegnamogli a usare le email che si fa prima)… speriamo che ci si brucino.
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Mercoledì 12/10/2005

L'inclinazione a trafficare, barattare, scambiare una cosa con un'altra è comune a tutti gli uomini e non si trova in nessun'altra razza di animali.
-Adam Smith
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Ci siamo svegliati abbastanza tardi e abbiamo pranzato in un ristorantino vicino casa veramente squisito: sara grande 5 metri quadrati e la cucina e’ come un ripostiglio dove il proprietario/cuoco cucina le pietanze e poi le serve ai tavoli (5 in tutto piu il bancone che saranno altri 7 posti credo).
Nella saletta dove si mangia arieggia una musica classica che elimina ogni stress e su uno schermo LCD scorrono immagini paradisiache di spiagge assolate e calde acque tropicali.
Un’atmosfera rilassante e casalinga.
Il proprietario, un tipo alto per lo standard giapponese, cucina tutto da solo e fa dei piatti che sono un po un mix tra tutte le cucine del mondo: per esempio io ho preso il pollo e nello stesso piatto c’erano spaghetti, pollo fritto croccante e una salsina a base di soia e maionese. Veramente buono anche gli spaghetti ottimi.
Mi chiedo perche in Italia qualcuno non possa fare una cosa simile, tranquilla, piccola e squisita in cui i costi siano ristretti ma non maggiori delle entrate dopottutto. Forse perche qui il guadagno si basa sull’arco dell’intera giornata e non dalle 12:30 alle 14:00 e dalle 19:30 alle 22:00 ore in cui in Italia c’e’ il pienone mentre in giappone, restando sempre aperti, non hanno momenti in cui sono particolarmente affollati (chiaramente nelle ore suddette anche qua e’ tutto pieno nei locali buoni, ma stando aperti tutto il giorno questo si nota meno).
Ci vedrei bene Francesco in un posto simile. Certo e’ una scelta difficile…
Dal momento che i genitori di Kanako conoscono il proprietario e lei ha gia’ lavorato qui in passato gli chiedono se puo ancora lavorare qui come cameriera (del resto non ci sarebbe spazio per un altro cuoco) e lui accetta. Da giovedì alle 18 fino alle 23 lavorera in questo posticino piccolo e tranquillo a mezz’ora da casa (a piedi, in macchina 3 minuti, ma qua nessuno la usa: si preferisce usare le gambe o i mezzi di trasporto pubblici).
La paga di Kanako dovrebbe aggirarsi sui 10 euro l’ora.
In giappone qualsiasi lavoro, anche pulire i bagni dei centri commerciali, viene remunerato da 10 euro in su l’ora. Ci credo che e’ tutto pulito (in realtà c’e’ poco da pulire, la gente non sporca, come ho spiegato nei precedenti post).
Un’altra cosa che ho notato e’ che per ogni lavoro ci sono tantissimi dipendenti, piu del necessario. Per esempio per ogni parcheggio ci sono tre (a volte anche quattro) tizi fuori con tutti gli accessori (paletti, guanti, divise) ognuno con una funzione diversa: il primo ringranzia e invita ad entrare, il secondo dirige la mano verso il parcheggio, il terzo dirige la mano verso il posto libero; oppure in un palazzo/casa/strada sotto costruzione ci sono addetti a ogni angolo del quartiere che per ore indicano la presenza di lavori in corso e spesso ovviamente non hanno altro da fare che andare su e giu per la strada finche non passa qualcuno e allora possono dare il meglio di se.
Ieri sera tardi hanno iniziato a riasfalatare una strada principale di Azamino (la cittadina dove siamo) e quando stamattina sono ripassato per quella strada era tutta stata riasfalatata (tipo 2 chilometri): in qualche ora e di notte hanno compiuto un lavoro che in Italia ci vuole 5 giorni bloccando il traffico ad ogni ora.
E questo Surplus lo vedo in ogni cosa.
Contando questo e che sono pagati molto piu che da noi, chiedo a Kanako quante tasse si paga in Giappone perche da noi questi “sprechi” non esistono. Mi risponde che sono alte ma non lo sa con sicurezza.
Ora mi chiedo se dipende solo dalla mentalità italiana la qualità del lavoro che si fornisce. Se per ogni cosa anche in Italia ci fossero 5 dipendenti in piu pagati il doppio forse anche da noi le cose andrebbero diversamente. Ma dove li prendono i giapponesi i soldi per pagare tutta questa gente? Penso che qua ci sia meno corruzione oltre a un senso di dovere verso chi compie qualsiasi tipo di lavoro, nel senso che in italia l’imprenditore vuole guadagnare il piu possibile e assume meno personale possibile dandogli il meno possibile. Cosi in tasca si ritrova di piu avendo speso poco ma fornendo un servizio peggiore (ma lui guadagna, degli altri chi se ne frega, pensa).
In giappone anche se fai un lavoro umile o sei l’ultima ruota del carro vieni pagato molto bene (e non dimentichiamoci che qua il costo della vita e’ simile al nostro se non minore. Esempio: ho visto gli affitti delle case, partono da 300 euro a 600 quelle con 3 stanze Cucina + bagno), hai condizioni migliori e a seconda di dove lavori hai una serie di opzioni che ti permettono di risparmiare su ogni cosa (medicine, trasporti, ecc).
Questo fa si che in giappone non ci sia bisogno di alcuno sciopero (infatti non sanno cosè) perche gli imprenditori non pensano solo al loro personale guadagno ma a una collettivita in crescita.
Cosa dicono in breve e per profani le teorie di Adam Smith? Che se l’operaio guadagna di piu le sue ricchezze verranno ridistribuite e alla fine anche gli imprenditori guadagneranno di piu.
Ma quando le ha dette queste cose? Secoli fa, quando esistevano ancora gli schiavi e gli operai quasi non erano pagati questa persona (ma in realtà esisteva gia una forma di movimento illuminista, ma se divago anche su questo finisce che scrivo un libro) iniziò a pensare e a dire che forse se a un operaio lo paghi di piu all’inizio in tasca al padrone viene di meno ma a lungo termine l’operaio comprera di piu e si creera piu domanda=piu guadagno per gli imprenditori.
In Giappone non so se conoscono Adam Smith ma, generalmente, seguono queste massime.
In Italia tutti sono sottopagati, tutti lavorano in condizioni pessime (tipo in due che svolgono un lavoro per cinque o casi simili) ed e’ chiaro che poi alla fine funziona tutto male.
Io in italia ho ancora il nokia 6210 di sei anni fa ed ho lavorato per 3 e mezzo in un ingrosso che vende telefoni. Perche non ho comprato il telefono nuovo?
Se i Signori Imprenditori pagassero di piu forse io avrei avuto voglia di spendere per comprare un cellulare nuovo ogni 3 mesi, se tutti facessero in questo modo alla fine sarebbe un guadagno enorme per l’industria italiana dei cellulari (e per tutte le altre).
Ma questo non succede perche forse Adam Smith e’ stato fermato alla dogana.