Nihon Ryokou

domenica, dicembre 11, 2005

Intorno alla natura e a Disneyland


Poche persone riescono a essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo.
-Lord Bertrand Russell

Dopo Kyoto, per il mio compleanno, sono stato a Disneyland.
Per raggiunge questo enorme parco si prende, da Tokyo, un treno apposito: si riconosce facilmente in quanto i finestrini hanno la forma delle orecchie di Topolino e all’interno e’ tutto arredato in stile Disney. Il parco dista circa un’ora da casa di Kanako ed e’ vicino all’aereporto Narita.
Tutto il complesso ha i propri alberghi, ristoranti e luoghi in cui ci si può perfino sposare: ho visto tutto il corteo con la sposa in uno delle case in stile italiano che salutavano da un balcone.
In realtà quest’anno ho visitato Disneysea che e’ accanto a Disneyland perché questo enorme parco divertimenti e’ diviso in due. La prima parte che ho fatto l’anno scorso è il Disneyland classico che si può vedere a Parigi o in America composto da giostre più o meno basate sui personaggi dell’universo Disney. La seconda parte che ho visto appunto quest’anno si compone di quattro paesaggi diversi: il primo è un golfo italiano (con tanto di ristoranti italiani) identico a Portofino, in cui dentro si trova anche la zona che ricrea Venezia (gita in gondola) e perfino il Duomo di Firenze (solo come sfondo); la seconda parte è un’isola vulcanica e ci sono giochi basati su Verne (diecimila leghe sotto i mari, avventura al centro della terra); la terza parte in stile antica persia e l’ultima dedicata agli atzechi.
Tutto è curato al minimo dettaglio sia l’esterno che le giostre. Quest’ultime sono tutte molto carine e anche se non raggiungano i picchi d’infarto di mirabilandia (sono tutte tranquille del tipo “siedi e guarda”) si rifanno piacevolmente più di una volta (abbiamo avuto fortuna, c’era poca gente e non c’erano code).
Ogni due ore ci sono degli spettacoli veramente belli (alcuni pirotecnici tutti basati sugli elementi acqua, fuoco, terra, aria. Per esempio dal golfo in stile italiano usciva un drago meccanico tutto infuocato che veniva spento da una fontana enorme dalle sembianze femminili. Altri spettacoli teatrali molto ben realizzati) cui solo vederne uno merita l’acquisto del biglietto (40 euro).
Alla dieci di sera partono i fuochi d’artificio che durano una quindicina di minuti.
Anche il tempo ci ha donato un sereno fantastico privo di nuvole per cui è stata una giornata memorabile (aggiungendo poi il tema natalizio con alberi di natale e musiche di questo genere l’hanno resa ancora migliore).
Quanti soldi facciano in questo parco non lo so perché per pagare le centinaia di persone che ci lavorano, gli architetti, gli ingegneri e tutti gli spettacoli devono andar via molti soldi; è anche vero che ogni giorno migliaia di persone da tutto il Giappone vengono qua, mangiano, comprano souvenir e risiedono negli alberghi.
Per come la vedo io il prezzo d’entrata è basso rispetto alle spese che affronta questo parco di divertimenti.
Ad alcune persone non piacciono questi luoghi in quanto sostengono che ci si debba divertire per forza. Non è vero. Ci sono tante serie di condizioni per cui una giornata spesa nei parchi di divertimento è una buona giornata. Intanto la compagnia: difficile che si vada da soli, ma si sarà sempre un gruppo d’amici (o fidanzati) che già partono con l’idea di divertirsi. In secondo luogo l’atmosfera di questi luoghi è sempre piacevole; sia per piccoli parchi come quegli italiani che a maggior ragione in questi enormi. Terzo: le giostre; non è detto che per divertimento tutti intendano le montagne russe o roba simile, ma ce ne sono di tanti tipi in questi parchi e quella più adatta si trova sempre.
Se capita l’occasione vi divertirete senza dover pensare se ci si debba per forza divertire o meno.

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Ho visto da vicino i palazzi di Shinjuku. In uno di questi, costato un miliardo di dollari, c’e’ la sede del governo giapponese. Non vorrei ripertermi ma come in altri “quartieri” anche questo è completamente “forato”: sottoterra scorrono decine di linee metropolitane ed in generale centinaia di negozi e ristoranti. Puoi camminare per un’ora sottoterra e visitare sempre posti nuovi.
In questo “quartiere” lavorano 250 mila persone pertanto la mattina le linee metropolitane sono talmente affollate che ad ogni porta si trova il tipo addetto a spingere dentro la gente sul treno (ogni giorno in questa stazione circolano due milioni di persone).
I palazzi saranno una decina: non hanno l’alto design di quello di Yokohama o di Roppongi ma sono tutti ma sono tutti imponenti.

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Non crederò mai che Dio giochi a dadi col mondo.
-Albert Einstein

Sono stato di nuovo a Kamakura, un paesino nei dintorni di Tokyo. Armato di telecamera ho rifatto il giro dei templi e del grande Budda. Giornata serena, tempo perfetto.
Degno di nota, sono riuscito a vedere il primo tramonto da quando sono qui: siamo scesi dal treno verso le cinque di pomeriggio in un paesino sul mare (mare è riduttivo in quanto è un oceano) nel momento in cui il sole ormai rosso si tuffa nelle acque. Dalla spiaggia mirando l’orizzonte, vicino al sole, si vede il Fuji dalla cui cima spuntano, timide, nubi bianche.
Pian piano l’azzurro del cielo lascia il posto al soffuso rosso/arancione del tramonto; in un baleno il sole viene inghiottito dall’oceano e la volta celeste si fa sempre più cupa.
Ammirando questo spettacolo della natura mi viene da pensare perché lo considero tanto bello. Come mai la natura suscita delle sensazioni così sublimi? Nessuna costruzione umana può valere la bellezza di un solo tramonto che incornicia il monte Fuji (che è solo un optional). Forse chi ha la sensibilità per apprezzare questi spettacoli non è tanto diverso da Voltaire, da Albert Einstein, da Giordano Bruno i quali con parole diverse ma con lo stesso animo esaltavano la bellezza della natura e le leggi che la governano.

sabato, dicembre 03, 2005

Kyoto


La vita è breve, l'arte vasta, l'occasione istantanea, l'esperienza ingannevole, il giudizio difficile.
-Ippocrate

Se volete avere un’idea di come è Kyoto prendete Roma: ripulitela da cima a fondo, eliminatene ogni traccia di immigrati/brutte facce/marmaglia in generale, aggiungete un po’ di natura e cambiate le chiese cristiane con templi indu/buddisti.
I fasti del vecchio shogunato possono essere visti qui come le decadenti strutture dell’impero romano a Roma: ovunque si vedono templi, giardini zen e statue di qualche strana divinità.
Non ricordo il nome di tutti i templi che ho visitato perché si assomigliano tutti: un bel giardino curatissimo in ogni dettaglio, laghetti d’acqua e di ghiaia ed infine il tempio (la pagoda) di legno al cui interno risiede un budda o un dipinto di qualche Dio; ogni cosa condita con metafore sulla vita e simbolismi vari.
Partiamo!
Alle 9:00 prendiamo il bus da Tokyo (è una gita organizzata) e dopo un’oretta alla nostra destra spunta tra basse nuvole l’imponente vulcano Fujihama: è affascinante soprattutto perché non ha colline o montagne nelle sue vicinanze quindi sembra ancora più grande. La sua cima innevata è a forma di cono e pare che debba eruttare lava da un momento all’altro. Per i giapponesi è ancora più impressionante considerando che in Giappone non esiste una montagna più alta, ma per chi ha visto le Alpi non è poi così eccezionale: andante a Saint Moritz e salite lungo la funivia per raggiungere la vetta di una delle tante montagne. Una volta in cima ammirate il paesaggio che vi si presenta a 360° gradi. Varrà ben più di cento Fuji. La bellezza del Fuji non sta tanto nella montagna in se quanto ai suoi caratteri che ricordano molto la cultura giapponese che per un europeo è difficile da carpire: è una montagna solitaria la cui figura imponente si può ammirare da molti luoghi distanti decine di chilometri; è una montagna al cui interno risiede un fuoco potente capace di distruggere ogni cosa con una forza spaventosa nel caso decida di eruttare; è una montagna senza alberi ne vegetazione. I giapponesi amano questi caratteri: la meditazione solitaria, una forza interiore notevole, un lusso fatto di uno spazio spartano (i ristoranti giapponesi più costosi non hanno ornamenti al loro interno e tutto è ridotto all’essenziale come le case giapponesi vecchio stile o i templi). Si può capire quindi perché il monte Fuji sia così onorato in Giappone.
Passate altre due ore arriviamo in un paesino immerso nella natura: ci incamminiamo verso la cima di una collina coperta di alberi. La natura è molto bella in questa stagione soprattutto gli alberi hanno dei colori particolarmente accesi: rossi come il fuoco o gialli come il sole. Il contrasto di questi colori con l’azzurro del cielo rendono l’ambiente ancora più suggestivo.
In cima alla collina c’è il tempio, curatissimo in ogni dettaglio, e molto simile a tutti gli altri templi che vedrò in seguito.
Verso sera a causa di una coda sull’autostrada passiamo quattro ore sul bus tra le stradine provinciali e verso le 23:00 arriviamo finalmente all’hotel di Osaka: una città industriale abbastanza brutta in quanto è più povera di Tokyo (niente macchinoni o grattacieli ultratech) ma è ancora più fitta di palazzi e enormi costruzioni che sembrano spuntare dalla terra senza un ordine apparente. Consideriamo che l’ho solo vista dalla strada e il mio giudizio può essere influenzato dal fatto che avevo passato 15 ore sul bus.
L’albergo è in stile occidentale, niente di particolare. Cerchiamo un ristorante nei paraggi e ne troviamo uno che offre cucina coreana: niente male.
La mattina dopo andiamo in un altro paese nei dintorni di Kyoto: ricorda quei paesini rurali che si vedono in Sampei, con il fiume che gli passa in mezzo e gli alberi che sovrastano le case.
Abbiamo quattro ore da passare qui e visitiamo una casa molto bella costruita sul fianco di una collina che domina la valle di Kyoto. Una specie di fiesole giapponese. Questa casa, appartenuta a un attore morto tempo fa, è ovviamente molto affascinante, ma lo è ancora di più il parco attorno. Bello da vedere ma non da viverci perché io non riuscirei a stare in un posto dove tutto è preciso, curatissimo, perfino i sassi hanno una loro logica a stare dove stanno.
Pranziamo in un ristorante di cucina giapponese e io mangio tempura, cioè due ebi (gamberi) e altre verdure fritte.
Finalmente nel pomeriggio andiamo a Kyoto, l’antica capitale del Giappone. Qui per fortuna è vietato costruire palazzoni quindi le case sono rimaste nel loro vecchio stile: ogni casa dal tetto scuro ed arcuato è una piccola villetta circondata da un piccolo giardino.
Abbandoniamo la visita guidata e proseguiamo da soli. Peniamo un po’ nella ricerca dell’albergo e lo troviamo solo con l’aiuto del taxi. L’albergo è totalmente in vecchio stile giapponese, ha persino il giardino curatissimo tutto intorno e un piacevole fiume che scorre li vicino, pieno di aironi e altri uccelli simili dal becco e le gambe lunghe.
Una volta entrati ci togliamo le scarpe all’ingresso e le cambiamo con un paio di ciabatte che ci forniscono le cameriere. La camera è un’enorme stanza con un piccolo tavolo (molto basso) al centro (per sedere bisogna stare a gambe incrociate, non ci sono sedie) e un piccolo davanzale dal quale si gode la vista del fiume e del giardino. Non ci sono letti, questi sono nell’armadio: dei “materassi” (futon) che andranno posizionati per terra (sul tatami,cioè il pavimento, che non è duro ma leggermente morbido) nell’ora in cui si vuole dormire. Prima di ciò vado nelle Onsen (terme) dell’albergo e mi rilasso un po. Queste terme, divise per sesso, sono delle vasche pubbliche in cui la gente si immerge nell’acqua a più di quaranta gradi. Prima di entrare in queste vasche ci sono delle docce dove ci si può lavare con sapone, shampoo ecc, ma non si sta in piedi in quanto non sono divise e/o lontano dalle vasche quindi bisogna stare seduti per non schizzare la gente: è volutamente fatto apposta perché anche qui è rimasto come nell’antichità: quando non esistevano le docce ci si versava dell’acqua calda presa dalla vasca con un mestolo di legno. Tutto si fa seguendo un particolare rituale, persino per fare il bagno.
In seguito andiamo a cena; pesce crudo, cotto, fritto di gamberi e altre verdure. Normale amministrazione.
Il pigiama è un kimono che ci fornisce l’albergo: mi sembra di avere la gonna e per sedere bisogna stare in una posizione scomodissima. Ma si sa, bisogna adattarsi per godere appieno di queste culture cosi aliene.
Il giorno dopo visitiamo diversi templi: uno, tesoro nazionale, è il più alto edificio in legno al mondo. Anche nell’antichità ai giapponesi piaceva costruire palazzi.
Un altro al suo interno si trovano 1033 statue grandi quanto un uomo della Dea indù Visnu (o Kali boh) quella con tante mani. Ogni statua ha una faccia diversa e c’e’ una credenza che dice che almeno una delle statue ha la tua faccia. I bambini stanno ore a guardare le statue nella speranza di trovare quella che assomiglia a loro. Un anziano giapponese che se ne stava assorto nella contemplazione dei sacri budda (li chiamano budda, anche se rappresentano divinità induiste), mi nota e mi dice tutto meravigliato che queste statue sono li fin dalla fondazione del tempio, cioè ottocento anni prima. Gli rispondo che devono essere davvero stanche se sono in piedi da così tanto tempo. Forse non capisce la battuta che nasconde un significato Zen, ma mi chiede da dove vengo e saputa la risposta mi dice che vorrebbe tanto venire in Italia, ma ormai è troppo vecchio. Gli rispondo che non si è mai troppo vecchi per nulla e che purtroppo devo andare. Pare che volesse dirmi altro, ma ci ripensa e lo saluto e ringrazio.
In un'altra zona, anticamente fu costruito un ponte in legno che collega due templi, ma il bello di questo ponte è che si trova sospeso sopra una moltitudine di alberi rossi, arancioni e gialli e si crea un effetto molto suggestivo.
La mattina del quarto giorno visitiamo altri due templi, uno chiamato d’argento (ma non ne ha traccia) e un altro d’oro (in effetti è completamente rivestito con lamine d’oro e sotto il sole, abbaglia). I templi in se non hanno niente di speciale: sono delle piccole costruzioni speculari di tre piani con altrettanti tetti arcuati, ma i giardini sono come al solito curatissimi e meritano la visita.
Nel primo pomeriggio prenotiamo i biglietti del treno (il famoso Shinkansen) e andiamo alla stazione: un edificio ultra moderno ed enorme: lungo 430 metri e alto un centinaio il suo interno è quanto di più imponente abbia visto, non tanto per l’altezza o la lunghezza, quanto per la forma in generale che lo fa sembrare ancora più grande; è infatti sprovvisto di tetto (ha solo delle vetrate ondulate simili all’arcobaleno) quindi sembra infinitamente più spazioso. Salendo per delle interminabili scale mobili si raggiunge la cima da cui si gode la vista di Kyoto e c’e’ perfino un giardino con gli alberi e un Helypad. Ovviamente ci sono altrettanti piani sotterranei zeppi di negozi e ristoranti. Il biglietto funziona come per la metropolitana (e aeroporto): per accedere alla zona in cui partono i treni si deve inserire in delle speciali macchine che te lo timbrano e ti aprono i cancelli.
Lo Shinkansen, ovviamente in orario, ha una forma ondulata che ricorda un sottomarino, ma molto più lungo. E’ completamente bianco sia l’esterno che l’interno ed è provvisto di schermi LCD che indicano le fermate, le stazioni, i chilometri che mancano e in generale tutte le indicazioni che possono servire. E’ un treno superveloce che per curvare si piega come le moto; impieghiamo due ore per tornare a Tokyo.
Visitare Kyoto è obbligatorio per chi viene in Giappone ed è un viaggio e un’esperienza unica che consiglio a tutti.


PS: Un ringraziamento ai genitori di Kanako che oltre ad accompagnarci in questa avventura, hanno pagato di tasca loro l’albergo giapponese, i ristoranti e gli spostamenti. Io mi sono pagato solo il viaggio organizzato dei primi due giorni per un valore di circa 250€.